Showing posts with label Abc. Show all posts
Showing posts with label Abc. Show all posts

Monday, May 11, 2009

"L'Italia non deve essere multietnica"

Sentitevi questa agghiacciante intervista a Licio Gelli, e capirete come il discepolo SB ha imparato dal maestro.

Friday, May 1, 2009

Politica del maschio (brutto)

Se da noi la televisione è un veicolo indispensabile a ogni tipo di carriera cominciando da quella politica, che negli altri paesi si prepara in scuole di massimo prestigio e difficoltà, ci si chiede come mai non sono stati cooptati per le prossime elezioni i pur amatissimi maschi dai toraci lucenti del Grande Fratello o della Fattoria o della pubblicità. È semplice (fino a quando non avremo un premier gay); perché la gestione politica del potere è tornata solidamente in mano agli uomini che come ci mostra ogni giorno il telegiornale sono spesso inguardabili per bruttezza, antipatia, ridicolaggine, volgarità, e non li vorrebbe proprio nessuno, tranne appunto la politica. Già le donne di età, esperienza, forza, pazienza, che, in numero esiguo, si erano guadagnate un posto nei parlamenti e nei governi passati, dovevano subire i lazzi per i loro tailleur sbagliati o la loro scarsa avvenenza. C' erano ma non le volevano, oggi non si vorrebbero neppure le giovani e belle, ma pazienza, se tiran su il morale del Capo non si può dire di no, purché da vere donne, non pretendano di capire, sorridano e dicano sempre di sì.

Natalia Aspesi
Repubblica

Tuesday, April 28, 2009

Guarda un po'

L’apporto lavorativo degli immigrati stranieri in Italia nell’anno 2006 è stato di oltre 122 miliardi di euro, pari al 9,2 per cento del Pil nazionale. (Lavoce.info)

Poi uno può continuare a fare il gioco del non vedo-non sento-non parlo, ma diventà ottusità.

Thursday, April 23, 2009

Friday, April 17, 2009

Frase del giorno

L’unica garanzia di obiettività non è una trasmissione plurale, ma una pluralità di trasmissioni.

Massimo Gramellini su La Stampa

Monday, January 12, 2009

NIMPA: “not in my pensionable age”


La sentenza della Corte di Giustizia Europea sull’equiparazione dell’età di pensionamento per uomini e donne è stata accompagnata da commenti, spesso contrastanti, anche all’interno della stessa maggioranza.


Ha avuto un gran risalto mediatico, anche grazie alle dichiarazioni compiacenti del Ministro Brunetta, la sentenza della Corte di Giustizia Europea (C-46/07) che stabilisce l’equiparazione dell’età di pensionamento di vecchiaia per uomini e donne. La Corte ha cioè messo in mora l’Italia per la differenza per genere all’interno della gestione pensionistica INPDAP, ovvero riguardante solo i lavoratori del settore pubblico. Ma come è stato sottolineato da più parti, se la Corte fosse chiamata anche per valutare il regime nella gestione INPS (ovvero dei lavoratori nel settore privato), le argomentazioni della sentenza sarebbero tout court estendibili a tutto il regime pensionistico oggi vigente.

Il Ministro Brunetta, come detto, si è fatto subito promotore nel perseguimento dell’equiparazione dell’età pensionabile tra maschi e femmine: “l'invecchiamento attivo è un bene pubblico e come tale occorre farne rilevare la convenienza e sostenerlo con gli opportuni incentivi, anche fiscali, e disincentivare le uscite precoci dal lavoro”, ha detto il Ministro. ''Brunetto-scherzetto! Prendiamo come una battuta quella detta sulle pensioni dal ministro Brunetta su un argomento di questa importanza, che avrebbe dovuto essere oggetto di un’approfondita discussione politica all'interno della maggioranza; discussione approfondita che vi è già stata proprio in occasione dell'ultima riforma previdenziale'' ha subito controbattuto il Ministro Roberto Calderoli. Il Ministro leghista infatti difende la Contro-Riforma del suo collega di partito Maroni, che nel 2004, quando presiedeva il Ministero del Lavoro ha reintrodotto (Legge n. 243, 23 agosto 2004 art. 1, comma 6, lettera b) un’età di pensionamento di vecchiaia diversa per donne (60 anni) e uomini (65), rinnegando i principi di flessibilità e uguaglianza stabiliti dalla riforma Dini (Legge n. 335 dell’8 agosto 1995) che introduceva, assieme al metodo di calcolo contributivo, un’età di pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni uguale per uomini e donne.


Continua a leggere

Sunday, December 28, 2008

Politiche dei rifiuti


Documento Politiche dei rifiuti

PD Follonica

Dicembre 2008


PUNTIAMO SULLA RIDUZIONE DEI RIFIUTI E SULLA R.D.

Non si può continuare ad affrontare il problema dei rifiuti come se la quantità di spazzatura da smaltire fosse un dato immutabile. I rifiuti vanno ridotti e pensare solo in termini di discariche o inceneritori, è stupido oltrechè dannoso per la salute dei cittadini. Bisogna agire alla fonte. La quantità di rifiuti è una variabile, non è un dato.

Certamente occorre una piccola-grande “rivoluzione culturale domestica”, un nuovo stile di vita improntato alla sobrietà e ad un consumo critico, un nuovo modo di fare la spesa, di mangiare, di spostarsi in città. Una nuova consapevolezza che si costruisce anche investendo in educazione e in formazione: non si può produrre rifiuti a dismisura senza domandarci che fine fanno (“tanto ormai sono fuori casa mia, ci penseranno gli altri”). Per puntare su questa idea alternativa agli attuali modelli di consumo e di produzione non basta dirlo, occorrono idee, creatività, sforzi, investimenti.

Il Comune di Follonica si è già dimostrato all’avanguardia in Provincia puntando su una serie di progetti, che hanno trovato sintesi nella delibera “Verso rifiuti zero” dello scorso anno, quali l’autocompostaggio domestico, l’ esperienza dell’ecoscambio, l’«Acqua in caraffa», il protocollo per gli «Acquisti Verdi» tra i Comuni della Val di Pecora… molto altro possiamo fare per ridurre i rifiuti, ad esempio concordare un'intesa con la grande distribuzione per eliminare gli imballi monouso, i sacchetti di plastica per la spesa e introdurre gli erogatori di detersivi, distribuire composter domestici e ridurre la spazzatura nelle mense pubbliche. È certamente indispensabile anche una specifica azione legislativa nazionale in materia di imballaggi e di incentivi fiscali per dare slancio e incisività alle politiche di riduzione dei rifiuti.

Riguardo alla Raccolta differenziata, rispetto agli obbiettivi fissati dalla nuova direttiva europea al Testo Unico Ambientale, dal Piano Regionale di Sviluppo della Regione Toscana (obiettivo di riduzione del 15% di rifiuti rispetto al 2004 entro il 2012), fino ad arrivare al Piano Straordinario del nostro macro-ato (Gr, Ar, Si) che fissa l’obiettivo del 51% di R.D. nel 2011 come media di ambito, il trend della nostra provincia purtroppo non è molto positivo: la R.D. nel 2007 è scesa al 27,6% e solo due comuni, Massa Marittima e Follonica, hanno superato il 35% evitando di far pagare ai cittadini l’ecotassa.
Follonica si è dimostrata virtuosa nella gestione delle politiche ambientali. Primo comune della provincia a sperimentare il sistema di raccolta “Porta a Porta” in un quartiere, si sta avviando ad estenderlo in altri cinque quartieri cittadini. Ha raggiunto nel 2007 il 37,90% di R.D. come media cittadina e oltre il 65% nel quartiere 167 ovest dove è in funzione il Porta a Porta.
Occorre spingere in questa direzione e chiediamo che la Regione Toscana e la provincia di Grosseto, con il nuovo Piano Interprovinciale, marcino con decisione verso questi obiettivi.

IL DIR (DISTRETTO INDUSTRIALE DEL RECUPERO E DEL RIUSO)

La Toscana, e con essa il nostro territorio, saranno autonomi e autosufficienti fino al 2011, perciò solo con la raccolta differenziata porta a porta e la valorizzazione dell’organico, i conferimenti in discarica potranno essere molto limitati scongiurando così l’emergenza rifiuti.
Sappiamo, allo stesso tempo, quanto nel nostro territorio sia carente l’equipaggiamento impiantistico per il recupero del materiale differenziato, che attualmente deve essere tutto portato al di fuori della nostra provincia (l’organico nel comune di Montespertoli in provincia di Firenze, il multimateriale alla Revet di Pontedera) con costi di trasporto notevoli e nessun beneficio, anche in termini occupazionali, sul territorio. Senz’ altro l'impianto di selezione e compostaggio delle Strillaie, operativo secondo le previsioni entro il 2011, darà una risposta importante all'aumento di R.D., ma siamo convinti che sia possibile fare di più.
Il dibattito pubblico in materia di rifiuti nel nostro territorio è stato polarizzato su “cogeneratore sì/cogeneratore no”. Crediamo che nel nostro comprensorio, di concerto anche con altri comuni, possano essere previste aree e benefici fiscali, relativi ai costi di urbanizzazione, per incentivare le imprese a realizzare interventi in questa filiera. Pensiamo che nel nostro territorio possa sorgere un vero e proprio Distretto Industriale del Recupero e del Riuso (D.I.R.), convinti che per chiudere il ciclo dei rifiuti siano necessari anche impianti di valorizzazione della R.D.
Crediamo che a questo tipo di investimenti potrà essere interessato anche il nostro attuale gestore: il Coseca.

SUL FUTURO DI COSECA

I problemi di Coseca sono noti da tempo: è una società che effettua i servizi di raccolta, spazzamento e trasporto dei rifiuti in una discarica che non è di sua proprietà.
Il Partito Democratico si sente fortemente impegnato per la difesa dei livelli occupazionali dell’azienda, obiettivo indispensabile soprattutto in questa fase di grande crisi economica internazionale che sta mettendo in discussione molti posti di lavoro nel Paese e nella nostra provincia.
Nell’ assemblea del 6 ottobre scorso Cosca ha presentato ai comuni soci le linee guida per affrontare i problemi attuali e le sfide imposte dalle trasformazioni successive alla nascita nella nostra regione di 3 macro ATO al posto dei 10 ATO provinciali. Le sei aziende pubbliche che svolgono il sevizio di RSU dell’ATO Toscana Sud, propongono la costituzione di una società consortile al fine di poter partecipare insieme alla gara per l’affidamento del servizio come gestore unico. La società avrebbe come scopo anche quello di essere più competitiva svolgendo insieme una serie di funzioni aziendali quali la comunicazione, i grandi acquisti e la predisposizione e gestione della TIA. Condividiamo questo percorso in quanto pensiamo che risponda ad un criterio di sostenibilità economica permettendo una razionalizzazione delle spese ed un risparmio anche per i cittadini.
Riguardo al programma di investimenti presentato siamo convinti che Coseca, per avere una prospettiva, non possa continuare a gestire solo la “parte povera” del ciclo dei rifiuti e che quindi alcuni investimenti siano necessari. Se in questo senso la ricapitalizzazione è un sacrificio richiesto ai comuni che già soffrono di ulteriori tagli da parte del governo centrale, è indispensabile tuttavia che l’immissione di risorse fresche preveda un beneficio certo per i cittadini. Quindi se di investimenti si parla questi siano in strutture che davvero possano avere un indotto positivo in termini occupazionali, economici, di sostenibilità ambientale e sanitaria, di ricerca e di know how.
Riguardo all’ipotesi di acquisto delle quote di Scarlino energia, pensiamo che non sia corretto prevedere l’ingresso nel capitale sociale da parte di una società interamente pubblica, fintanto che l’iter delle autorizzazioni non sarà chiuso e non riteniamo che la strategia di entrare nella società che gestisce il Cogeneratore sia la cura risolutrice per i mali di Coseca:
Queste le ragioni:
a. Coseca non ha la solidità finanziaria per lanciarsi in una simile avventura, dovendo presumibilmente accollarsi percentualmente i costi delle bonifiche: dobbiamo essere chiari, i costi delle bonifiche devono restare a carico delle aziende che hanno inquinato e non della collettività.
b. I sicuri sacrifici richiesti ai Comuni, nel caso di ricapitalizzazione, non mostrano chiari benefici per i cittadini stessi, perchè Coseca entrerebbe in una società privata, che gestisce un inceneritore, con una quota minimale (10%). Pensiamo, inoltre, che tale scelta potrebbe non determinare le migliori condizioni, in termini di filosofia aziendale, per spingere al massimo sulla riduzione dei rifiuti e sulla R.D., che per loro stessa natura tolgono materia prima all’incenerimento.

SULL’INCENERITORE

Vogliamo ribadire in modo chiaro la nostra contrarietà ad un impianto che è totalmente avulso dal territorio., affermata non a solo a parole ma con atti concreti in questi anni. Dopo un lungo contenzioso giudiziario l’impianto è, comunque in funzione, regolarmente autorizzato a bruciare biomasse. È in corso la procedura di VIA per essere alimentato a CDR. Solo dopo che la Valutazione d’Impatto Ambientale avrà avuto esito favorevole, l’impianto sarà sottoposto a AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per le necessarie autorizzazioni.
Quello che vogliamo è puntare su sistemi come la riduzione, il riuso e la raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta che pongono l’incenerimento, come prescrive la direttiva europea 98/2008, come forma marginale e residuale del ciclo dei rifiuti, preferibile solo alla discarica. È questa la strategia che dobbiamo perseguire.
D’altronde al SIA (Studio di Impatto Ambientale) di Scarlino Energia il Comune di Follonica ha presentato osservazioni importanti che non hanno avuto nelle risposte contro-deduzioni considerate soddisfacenti. Le criticità rilevate riguardano i seguenti aspetti: l’impianto è situato in area a pericolosità idraulica elevata e quindi la localizzazione contrasta con il PPGR (Piano Provinciale Gestione Rifiuti); nello studio inoltre non sono stati utilizzati i dati di qualità dell’aria della zona interessata, ma quelli di un'altra zona, come i dati meteoclimatici che si riferiscono a quelli dell'aeroporto di Pisa pur avendo a disposizione dati locali. Lo studio sorvola sugli aspetti sanitari della popolazione sostenendo che i rischi sono inconsistenti e che “la popolazione non è un bersaglio significativo” quando invece la ricaduta dei fumi con le reali condizioni del vento interessa proprio la zona sud est dell'abitato di Follonica. Ultimo, ma non meno importante, non viene indicato l’effetto derivato dalle acque di scarico dell'impianto, in termini qualitativi e quantitativi.

Ci preme evidenziare che, qualunque sia l’esito della VIA, in merito ad un futuro funzionamento dell’impianto, sarà necessario mantenere alta l’attenzione su tutta la Piana di Scarlino attraverso un costante monitoraggio ambientale e sanitario con rilevazioni in continuo delle emissioni, controlli in tempo reale e massima trasparenza e accessibilità delle informazioni. Allo stesso tempo dobbiamo mantenere un alto livello di attenzione anche sull’area di Piombino: è necessario avere una visione d’insieme di tutte le problematiche ambientali legate al Golfo di Follonica.

Ci sembra, inoltre, di fondamentale importanza promuovere ogni occasione di informazione e maggiore consapevolezza (incontri, workshop, convegni e quant’altro) legate alle possibili alternative tecnologiche all’incenerimento: numerose esperienze esistono in Italia e nel mondo che vanno conosciute e approfondite.

Tuesday, December 9, 2008

Moralismo storico?

...Il Pd non dovrebbe limitarsi a respingere con disprezzo le provocazioni di Berlusconi. Se una decente qualità tecnica e morale nelle amministrazioni costituisce una delle risorse residue del partito, qualsiasi incrinatura in questo patrimonio va considerato un'insidia grave, che genera inquietudine e tende a rendere meno credibili le rivendicazioni come quella espressa polemicamente da Veltroni nella manifestazione del Circo Massimo ("Il paese è migliore della destra che lo governa").

Edmondo Berselli, ieri su Repubblica

Monday, December 8, 2008

i Lorena

Era l’ora che qualcuno disseppellisse dalla memoria la formidabile saga dei Lorena. La dinastia che, per più di un secolo, resse il Granducato di Toscana con una visione così moderna e illuminata che, a tutt’oggi, resta esempio di buongoverno per quella regione e per il mondo. Lo fa Pisa, città che, per il suo clima mite, fu scelta dalla famiglia per trascorrere, dal 1766 in poi, il periodo invernale. Città che, come molte altre della Toscana, ebbe dal Granducato lorenese straordinari benefici e registrò mutamenti epocali. [...]
La personalità cardine della vicenda toscana dei Lorena fu senza dubbio Pietro Leopoldo che, con straordinaria lungimiranza, intervenne a tutto campo su moltissimi aspetti della vita politica, sociale ed economica determinando veri e propri stravolgimenti di progresso. Il Granduca avviò una politica liberale che intervenne materialmente sul territorio toscano con la bonifica delle paludi della Maremma e della Val di Chiana. Creò per lo studio dell’agricoltura l’Accademia dei Georgofili che è a tutt’oggi attiva. Liberalizzò il commercio del grano abolendo le annone. Sciolse d’imperio le corporazioni medievali che, come sappiamo, qualcuno nei secoli successivi ha badato bene di ripristinare. Per dare forza all’attività industriale abolì le dogane – garantendo però alle sue terre un’adeguata protezione – e calmierò le tasse. Per favorire i commerci intervenne anche in campo ecclesiastico abolendo vincoli, cancellando conventi e favorendo il potere religioso locale per arginare lo strapotere vaticano. Ma le novità più significative introdotte da Pietro Leopoldo riguardarono l'abolizione degli ultimi retaggi giuridici del medioevo: in un sol colpo abolì il reato di lesa maestà, la confisca dei beni e, in clamoroso anticipo sui tempi, la tortura e la pena di morte. Grazie al varo del nuovo codice penale del 1786, la Toscana sarà infatti il primo stato nel mondo ad abolire la pena capitale.

[...]

“Sovrani nel giardino d’Europa – Pisa e i Lorena” Pisa, Museo Nazionale di Palazzo Reale, 20 settembre -14 dicembre 2008.


Da Il Foglio

Tolleranza zoro 16 - Il Segnale

Wednesday, December 3, 2008

Tuesday, December 2, 2008

In risposta alle parole in libertà dei leghisti follonichesi

Finalmente si è alzata anche a Follonica la voce leghista. Fa piacere sentire che stiano lavorando per una fruttuosa alleanza con il Pdl locale per ricreare anche dalle nostre parti quella fantastica miscela di populismo, liberismo e razzismo che nel panorama dei governi conservatori europei esiste solo nel nostro Paese.

Dobbiamo doverosamente ricordare che i 203 profughi sono arrivati dalle nostre parti non per colpa dei comunisti o perché sono sbarcati al Puntone, ma per volere del ministro degli Interni, il leghista Bobo Maroni, prode interprete del verbo bossiano da più di trent’anni.

Spetta al medesimo Ministero l’obbligo istituzionale di velocizzare le procedure per sbloccare la situazione dei nostri 200 ospiti. E sempre al Ministero dell’Interno spetta la responsabilità di controllare il flusso degli sbarchi sulle nostre coste.

Molti di loro provengono da paesi in cui si corrono i diecimila metri nel tempo necessario a Umberto Bossi ad abbottonarsi i calzoni; hanno storie difficili e feroci, storie di guerra, di fuga, di oppressione, di sfruttamento. Ma basterebbe incontrarli questi ragazzi, personalmente, per rendersi conto che non si ha a che fare con esseri misteriosi e incomprensibili, attentatori del nostro quieto vivere o della nostra sicurezza, ma ventenni e trentenni che amano giocare a pallone, divertirsi, stare insieme e che finalmente, dopo aver lasciato le loro case e dovuto separarsi dagli affetti più cari, hanno trovato una opportunità di vita e di umanità…

Il punto è che seminare queste inquietudini nebbiose, nutrire il dibattito pubblico di una retorica della paura e della diffidenza, che individua un nemico (o una potenziale minaccia) negli stranieri, nei diversi, negli estranei, i non riconosciuti in quel “noi” paranoico, sta riarmando in tante parti d’Italia teste calde, bande fasciste, gruppi di ragazzotti che aspettano solo un pretesto «politico» per menare le mani. Si va dai recenti episodi di violenza di strada raccontati dalla cronaca di questi mesi al profluvio di minacce e insulti contro le varie “infezioni” che insidiano il quartiere o la città o la Patria, ai manifesti politici dei partitini nazi-negazionisti che chiamano alla mobilitazione contro gli immigrati, gli omosessuali e gli zingari in difesa di una “purezza” paranoica, tragicamente comica, o comicamente tragica.

E il rischio è che il razzista, chiamiamolo, di “base”, in questo clima avvelenato che catalizza tutti gli umori neri, si senta un po´ meno deprecato e un po´ meno impopolare.

Ma mentre l’intervento della Lega sui profughi ospitati al Veliero non mi sorprende, vorrei, semmai, capire qual è la posizione dei «promessi sposi elettorali» Pdl e soprattutto Udc, in materia e se è in sintonia a quanto dichiarato dalla Lega cittadina. Ovvero sapere se, come noi, pensano che tale situazione possa trasformarsi in un’opportunità di maturazione sociale per la cittadinanza e sono disponibili a collaborare attivamente in tale direzione, o no.


Andrea Benini, segretario Pd Follonica

Sunday, November 30, 2008

guarda caso proprio Sky (2)



Il post pubblicato ieri ha avuto un grandissimo successo di contatti, e quindi proviamo ad aggiornare ed approfondire l'argomento.

Paolo Romani, sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega alle comunicazioni e da sempre uomo di riferimento per le materie televisive per Forza Italia, in questa intervista su Il Corriere ha detto in merito: «In tempi di crisi, era un atto dovuto e necessario. Esisteva una situazione di privilegio che non ha più ragion d'essere».
E poi ha così risposto alle domande del giornalista
:
Non crede però che una decisione del genere non possa essere presa da un governo presieduto dal proprietario della maggiore tivù commerciale italiana? Non le sembra logico che l'opposizione lamenti il conflitto di interessi? «Assolutamente no, perché è una decisione giusta e doverosa. Ci mancherebbe che il governo non potesse muoversi in questo settore, se si evidenzia un particolare squilibrio! Tra l'altro, voglio segnalare che anche Mediaset premium, sulle cui carte prepagate già si pagava l'Iva al 20%, subisce lo stesso aumento di Sky per quanto riguarda gli abbonamenti al digitale, dunque non c'è nessun vantaggio per nessuno».

A rimetterci comunque saranno gli abbonati
«Che hanno comunque, sempre, la possibilità di scegliere, visto che esistono televisioni a pagamento come esistono televisioni che si possono vedere gratuitamente».


Bene, se ci sono gli estremi per formalizzare il conflitto di interessi lo deciderà l'AGCM, mi preme sottolineare il fatto che l'art. 3 comma 1 della Legge n. 215/2004 si applica anche per omissione di atto dovuto, e il sottosegretario ci dice che questo è un atto dovuto; detto altrimenti, in caso di ritiro di tale intervento e se realmente sussistessero le condizioni di incompatibilità espresse dalla legge, anche l'omissione di questo atto sarebbe un conflitto di interessi.

Il dubbio principale che mi ostacola dal capire se conflitto di interessi c'è o meno, sta nel capire se i benefici per colui che è incompatibile sono diretti e specifici o meno. Ma dalle parole del sottosegretario sembra che ci sia una forte sostituibilità tra beni: "
la possibilità di scegliere, visto che esistono televisioni a pagamento come esistono televisioni che si possono vedere gratuitamente", configurando così un unico mercate rilevante; se così fosse il conflitto di interessi potrebbe essere ancora più dimostrabile. Gli analisti AGCM faranno le loro simulazioni econometriche e magari vi terrò aggiornato, comunque resta il fatto che questo potrebbe divenire un case study sul conflitto di interessi molto interessante.

Il Partito Democratico ribadisce che c'è un palese conflitto d'interessi, dato che tale intervento non riguarda Mediaset e che contrariamente a quanto successo in passato stavolta Silvio Berlusconi non ha nanche rinunciato a votare la norma uscendo dal Consiglio dei Ministri.
Giovanna Melandri, ministro delle Comunicazioni nel governo ombra (non lo sapevo, ne prendo atto con molte perplessità che ho già espresso tempo fa!) ha affermato: "Con la norma anti Sky il governo ha compiuto in un colpo solo due gravi errori. Ha di fatto creato una tassa di 80 euro a quasi cinque milioni di famiglie, smentendo clamorosamente l'intento sbandierato di non imporre nuove imposte, e ha di fatto certificato ancora una volta il suo disprezzo nei confronti di qualsiasi logica di rispetto del mercato".

Non so come finirà, ma ha ragione Bersani quando dice che dai lavori parlamentari si vedrà chi avanzerà delle perplessità e chi no, ovvero chi è un liberale e chi no.

Sunday, November 23, 2008

Che cosa è la Destra, che cosa la Sinistra?

Gli scaffali delle librerie dedicati alle ultime novità dicono più di tante sofisticate analisi: “Sinistrati – Storia sentimentale di una catastrofe politica” (Edmondo Berselli, Mondadori); “Fine corsa – Le sinistre italiane dal governo al suicidio” (Rodolfo Brancoli, Garzanti); “Eutanasia della sinistra” (Riccardo Barenghi, Fazi editore). E se dai titoli si passa al contenuto, aprendo alla prima pagina e cominciando a leggere, l’effetto non cambia. Berselli: “Dopo che ci è arrivato addosso il tram, in quel fatale e crudelissimo mese di aprile…”. Brancoli: “Dramma può sembrare una parola grossa…”. Barenghi: “Buia e tempestosa, era una di quelle notti che vanno avanti anche di giorno”.

Tutto il contrario che ad Amsterdam
Berselli, Brancoli, Barenghi. Nessuno di loro può essere definito di destra. Tutti s’identificano in qualche modo in un’area che va dalla cosiddetta sinistra radicale al centrosinistra. Evidentemente, almeno a giudicare dai loro libri, la sinistra italiana non si sente tanto bene.
Non è una grande scoperta, d’accordo. A voler essere rigorosi, non è una novità nemmeno sul piano editoriale. “A casa ho uno scaffale lungo un chilometro per ospitare saggi, libelli e pamphlet sulla crisi della sinistra”, ha scritto martedì su Repubblica Michele Serra. “Ma tutti a rischio di inflazione per almeno due motivi: il primo è che la sinistra è effettivamente in crisi, il secondo è che i suoi intellettuali traggono dalla crisi ispirazione quasi infinita”.
Difficile dargli torto (su entrambe le cose). E se dai libri si passa agli articoli su quotidiani e settimanali, ai talk show, alle trasmissioni radiofoniche e ai siti Internet, il tasso di inflazione raggiunge rapidamente livelli da anni Trenta. In perfetta armonia con il tenore generale del dibattito.
Se però ci si domanda da dove questa terribile crisi sia cominciata, ecco affacciarsi un sospetto inquietante. E cioè che in Italia la crisi della sinistra sia nata prima ancora della sinistra. Se poi si pensa ai molti articoli, libelli e pamphlet dedicati alla “crisi della destra”, una destra che non è mai “normale”, “moderna” ed “europea” – oppure lo è troppo, smarrendo così “l’identità”, “le radici” e “i valori” tradizionali – si capisce che il discorso non vale solo per la sinistra (e se accanto allo scaffale dedicato alla crisi della sinistra, in casa Serra, c’è solo “uno scaffalino vuoto”, quello “destinato ai libri sulla crisi della destra”, non è colpa del mercato editoriale).

Il punto è che in tutto questo interrogarsi su come siano cambiate, snaturate o deperite la destra e la sinistra italiane, si perde di vista il fatto che in Italia, per almeno mezzo secolo, non si sono mai avute né l’una né l’altra. Si rischia insomma di finire come quel sindaco di “Caro diario” che non trovando nella sua remota isoletta un posto in cui ospitare l’unico turista, a ogni porta che gli veniva sbattuta in faccia, commentava amareggiato: “Tutto il contrario che ad Amsterdam!”. Da un lato, infatti, il principale partito di governo in Italia si chiamava Democrazia cristiana, e certo non era né si definiva “di destra”; dall’altro, il principale partito di opposizione si chiamava Partito comunista, e dalla sua fondazione nel 1921 fino ai primi anni Ottanta non ha mai detto né pensato di rappresentare “la sinistra”.
Come ricorda Armando Cossutta, tanto per Togliatti quanto per Berlinguer, i comunisti rappresentavano “il movimento operaio”, “i lavoratori”, “le classi subalterne”, “le masse popolari”. Non “la sinistra”. Semmai, come sostiene Andrea Margheri, il dibattito si concentrava sulla domanda se bisognasse dire “classe operaia” o invece “classi lavoratrici”, per non scadere nell’operaismo e nel settarismo. E più o meno lo stesso discorso, almeno fino agli Settanta, valeva pure per i missini.
“Nella ‘Dottrina del fascismo’ di Benito Mussolini – osserva Giano Accame – la parola ‘destra’ compare una sola volta, e tra virgolette”. (“Si può pensare che questo sia il secolo dell’autorità, un secolo di ‘destra’…”, scriveva infatti il Duce in quello che sarebbe diventato il testo fondamentale per generazioni di fascisti e neofascisti). Persino Giorgio Almirante, quando negli anni Settanta aprì le porte del suo partito ai monarchici e cambiò il nome in “Msi-Destra nazionale”, incontrò serie resistenze. E non solo perché il Msi – e lo stesso Almirante – provenivano dal fascismo di Salò, dunque dal cosiddetto “fascismo di sinistra”. Ma anche perché, come ricorda Accame, già allora “le definizioni ‘destra’ e ‘sinistra’ ci apparivano superate”. Secondo un modo di pensare perfettamente speculare a quello dei comunisti, infatti, i missini non si definivano come “la destra”, ma come “un movimento di alternativa sociale e nazionale, di alternativa al sistema”.
A ripensarci oggi, tra tante lamentazioni sulle smarrite identità di destra e di sinistra, viene da sorridere. Eppure è solo negli anni Settanta che quelle definizioni cominciano a imporsi, e spesso come contestazione dei partiti tradizionali. Iniziano a imporsi cioè proprio quando comincia la lunga crisi della Prima Repubblica, per godere poi di un singolare quanto effimero trionfo al momento del suo tramonto, nel biennio terribile di Mani Pulite. Di quegli anni è peraltro la prima edizione del breve e fortunatissimo saggio di Norberto Bobbio intitolato per l’appunto “Destra e sinistra – Ragioni e significati di una distinzione politica”, pubblicato da Donzelli nel 1994. Giusto l’anno in cui si chiude Tangentopoli e comincia la stagione berlusconiana.

Nuovo inizio, brutta fine
Tra Berlinguer e Berlusconi c’è però Achille Occhetto, il crollo del comunismo e la fine del Pci. Ed è qui che molte suggestioni della “nuova sinistra” entrano nel lessico di quel partito che Berlinguer aveva definito non molti anni prima come “rivoluzionario e conservatore” (e cioè, almeno secondo le distinzioni classiche della democrazia anglosassone cui si rifaceva Bobbio, tutto meno che “di sinistra”). Del resto, non è un caso che persino al momento di abbandonare la strategia del compromesso storico per la linea dell’alternativa (con i socialisti) Berlinguer insistesse tuttavia nel definirla “alternativa democratica”. Giammai “alternativa di sinistra”.
E’ con la “svolta”, con il “nuovo inizio” e con la “carovana”, a partire dalla convinzione occhettiana che si potesse uscire dal comunismo “da sinistra”, che il termine comincia a riassumere in sé l’identità degli ex comunisti, orfani del comunismo. Ed è così, con la svolta e con il parallelo “sdoganamento della destra”, che all’inizio degli anni Novanta si pongono le basi del bipolarismo e del nuovo sistema. Dunque è solo in quel brevissimo intervallo tra la fine della Prima e l’inizio della Seconda Repubblica, si potrebbe dire, che in Italia la sinistra si chiama “sinistra” e la destra si chiama “destra”. Insomma, a ripercorrere tutto il dibattito sull’identità e il futuro della sinistra in ordine cronologico, si può quasi sostenere che la sinistra italiana sia un prodotto della sua crisi.
Può anche darsi, naturalmente, che un simile paradosso abbia una spiegazione semplicissima. Che si tratti soltanto di un gioco di parole. “Prima della Seconda Repubblica avevamo una nomenclatura politica molto più perspicua di questa banale dicotomia destra-sinistra, che significa assai poco, come dimostra il fatto che il popolo continua a dire sempre i comunisti, i democristiani, i fascisti…”, sostiene ad esempio Giuseppe Vacca. “Del resto – aggiunge il presidente dell’Istituto Gramsci tra il serio e il faceto – io stesso non so mica se sono di destra o di sinistra. So che sono un vecchio comunista togliattiano e gramsciano”.

Postcomunisti, postfascisti e posticci
D’altronde, come sostiene Roberto Gualtieri, che dell’Istituto Gramsci è vicedirettore, “tutti i movimenti politici degni di questo nome si sono sempre definiti a partire da chi rappresentavano e da cosa volevano, non sulla base di categorie politologiche, e non politiche, come destra e sinistra”. Non si tratta solo delle grandi famiglie ideologiche che hanno ispirato in tutto il mondo la nascita di partiti comunisti, fascisti, liberali o socialisti. “Basta pensare a laburisti e conservatori in Gran Bretagna, democratici e repubblicani negli Stati Uniti, socialdemocratici e cristianodemocratici in Germania”. E l’eccezione rappresentata da ‘Die Linke’ (“la sinistra”) non farebbe che confermare la regola, trattandosi di un partito nato in tempi recenti dalla confluenza tra l’ala sinistra della Spd e gli ex comunisti della Germania Est. In tutto il mondo, insomma, il ritorno della “sinistra” – non la sua scomparsa – sarebbe dunque un segno della sua crisi (o se si preferisce, della crisi dei suoi partiti tradizionali). “Tanto è vero – prosegue Gualtieri – che il Pci sceglie di chiamarsi ‘Partito democratico della sinistra’ proprio perché non vuole chiamarsi socialista né laburista”. Nel tentativo di preservare la propria “specificità”, il Pds finisce così per autorelegarsi in un limbo – quello postcomunista – da cui impiegherà anni, e molte sconfitte, a uscire. “Quella scelta è stata la più drammatica ammissione di assenza di idee e vaghezza di propositi: non si sapeva cosa si voleva essere, e dunque, per non dirsi né comunisti né socialdemocratici, ci si disse ‘della sinistra’ e basta”.
Resta il fatto che in Italia si è parlato di destra e sinistra dall’Unità fino alle soglie della Prima guerra mondiale. “Ma allora – osserva Gualtieri – quelle definizioni non distinguevano due veri partiti. Esprimevano soltanto un’articolazione interna alla classe dirigente liberale, che sarebbe venuta meno molto presto”. E cioè con l’ingresso nella vita politica e in Parlamento dei partiti popolari socialista e cattolico. Dunque non è così illogico che con il crollo del comunismo e la “morte delle ideologie”, quando tutti cominciano (o ricominciano) a dirsi liberali, tornino in campo le definizioni di destra e sinistra (e che a spingerle avanti sia un filosofo liberale e azionista come Bobbio). Ed è non meno significativo che a rispolverare quei termini, così poco amati dai partiti di origine, siano proprio le formazioni radicali che ne rivendicano l’eredità: “la Destra” di Francesco Storace e “la Sinistra, l’Arcobaleno” di Fausto Bertinotti (cui si richiama oggi, salvando perfettamente la simmetria dell’accostamento, il nascente “la Sinistra” di Nichi Vendola).
Date le premesse, non stupisce che il punto di vista dello storico Alessandro Campi, direttore della fondazione finiana FareFuturo, sia molto simile a quello dei suoi colleghi gramsciani. Anche per Campi, infatti, tutto comincia con la Seconda Repubblica. “Invece di metabolizzare in chiave storica la nostra tradizione politico-culturale – sostiene – abbiamo preferito liquidarla. Ed è iniziato un gioco spaventoso di rimozione: tutti si sono ricostruiti le proprie biografie immaginarie. E nell’ansia di ripartire da zero, si sono presentati con identità posticce. Di qui l’ossessiva ricerca di modelli esteri, da Aznar a Sarkozy, da Zapatero a Obama, per colmare il vuoto di idee e di progetti”. Fatica sprecata, oltretutto, perché “i modelli politici e gli stessi termini destra e sinistra significano sempre cose diverse, sulla base, per l’appunto, della storia nazionale”.
Dunque non è vero che destra e sinistra non significhino più nulla, come si usa dire nei libri e negli articoli sulla crisi dell’una o dell’altra. Restano però concetti relativi, quali sono stati sin dalla nascita, alla convenzione rivoluzionaria francese, dove furono coniati per designare semplicemente chi sedeva da un lato e chi dall’altro rispetto al presidente. “E perciò – fa notare Accame – i termini sono anche rovesciati”. La destra sta a sinistra, la sinistra a destra. Come dire che la crisi d’identità, la confusione, la perdita di significato che spesso si lamenta, in verità, è scritta nell’origine stessa di quelle parole.

La fine della Storia
Il problema dell’Italia di oggi, secondo Campi, è che ormai “tutti hanno rinnegato tutto”. E sono rimasti senza niente. “Il Pdl ambisce a essere una sorta di franchising del Ppe, che però a sua volta non esiste, non è che un contenitore. E lo stesso discorso varrebbe per il Pd con il Pse, ma con l’aggravante che per le sue divisioni interne non riesce nemmeno a raggiungere questo obiettivo minimo”. Ma forse non è nemmeno qui il punto. Certo è che dalla fine della Prima Repubblica a oggi tutti i partiti hanno preso a rivendicare al tempo stesso la propria radicale novità e la propria fortissima identità, come se fosse concepibile un’identità senza un passato. Nel Partito democratico alcuni sono arrivati persino a parlare di “un’identità declinata al futuro”. Ma sono casi-limite. E forse il cuore del problema, più che nei diversi partiti, sta proprio in quel lungo scaffale sulla crisi della sinistra di cui parlava Serra.
Il libro di Barenghi si conclude evocando “un’idea, che se non fosse diventata, chissà perché, una parolaccia, la definirei anche un’ideologia. Ossia una filosofia politica capace di ridare un senso alla sinistra del secondo millennio”. Il libro di Brancoli si chiude con una citazione di Massimo D’Alema sul rischio che la sinistra divenga in Italia una “minoranza strutturale”. E con una citazione dalemiana si chiude anche il libro di Berselli: “La sinistra è un male. Solo l’esistenza della destra rende questo male sopportabile”.
Ma che sia priva di idee, a rischio estinzione o semplicemente “un male”, comunque sempre e perpetuamente in crisi, praticamente dalla nascita, la sinistra resta tuttavia ancora là, proprio come la destra. Poi le si chiami come si vuole. A pensarci bene, la sinistra è in crisi più o meno da quando l’Italia è “in transizione”. Ma una transizione lunga tre decenni non è una transizione, e lo stesso si può dire delle crisi d’identità (ma della crisi d’identità dell’Italia parliamo un’altra volta).
Forse però si può dire anche per la sinistra quello che lo storico Giuliano Procacci, recentemente scomparso, scriveva nella sua “Storia degli italiani” a proposito dell’Italia. “Un luogo comune spesso ripetuto, per lo più da italiani – scriveva Procacci – è che l’Italia è il paese di Pulcinella. Ma Pulcinella non è, come sappiamo, soltanto un guitto, ma un personaggio, una ‘maschera’ di grande spessore e verità umana, che, come il suo confratello cinese AH Q, ha molto vissuto, molto visto e molto sofferto. A differenza però di AH Q, Pulcinella non muore mai, perché egli sa che tutto può accadere nella storia. Anche che la sua antica fame venga un giorno saziata”. Chissà.

Francesco Cundari, Il Foglio

Saturday, September 20, 2008

La verità sulla scuola

Il governo, in particolare i ministri Tremonti e Gelmini, considerano la scuola una riserva finanziaria ove tagliare in modo indiscriminato per tentare di far tornare i conti del bilancio dello Stato a danno del futuro dei nostri figli e, dunque, del futuro del paese. Infatti i tagli previsti, per il triennio 2009/2011, sono di ben 7 miliardi e 832 milioni e di 130.000 posti negli organici del personale. Questi tagli sono talmente insostenibili da mettere in discussione anche i livelli minimi di funzionamento delle scuole.
Le conseguenze più gravi saranno:

  • la cancellazione del doppio insegnante, che rappresenta una realtà di qualità – tra le poche del nostro sistema formativo;
  • con il maestro unico i bambini delle scuole elementari dovranno tornare a casa alle 12.30 (l’orario scolastico sarà infatti di 24 ore settimanali, cioè di 4 ore al giorno, senza più moduli pomeridiani e attività integrative);
  • riduzione drastica del tempo pieno e del tempo prolungato nelle scuole dell’infanzia, elementari e medie;
  • a rischio di chiusura tra le 1000 e le 4000 scuole soprattutto nei piccoli comuni;
  • la riduzione degli insegnanti di sostegno per i bambini disabili;
  • maggiori difficoltà per l’integrazione dei bambini migranti e dei bambini rom;
  • l’aumento della dispersione scolastica già tra i livelli più alti d’Europa.
Insomma, la scuola disegnata dal governo Berlusconi è una scuola più povera di risorse che non può svolgere il ruolo fondamentale di ascensore sociale. E’ una scuola che tenderà ad acuire le disuguaglianze e le differenze sociali.


Thursday, September 18, 2008

La scuola della destra




Clicca sulle immagini per ingrandirle

Tuesday, September 2, 2008

Obama, il discorso di Denver

È con profonda gratitudine e grande umiltà che accetto la vostra nomination per la presidenza degli Stati Uniti. Lasciate anzitutto che ringrazi i miei avversari nelle primarie e in particolare colei che più a lungo mi ha conteso la vittoria – un faro per i lavoratori americani e fonte di ispirazione per le mie figlie e le vostre – Hillary Rodham Clinton.

Grazie anche al presidente Clinton e a Ted Kennedy, che incarna lo spirito di servizio, e al prossimo vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Il mio amore va alla prossima First Lady, Michelle Obama e a Sasha e Malia. Vi amo e sono fiero di voi.

Quattro anni fa vi ho raccontato la mia storia, la storia di una breve unione tra un giovane del Kenya e una giovane del Kansas, persone qualunque e non ricche, ma che condividevano la convinzione che in America il loro figliolo potesse realizzare i suoi sogni.

È questa la ragione per cui mi trovo qui stasera. Perchè per 230 anni ogni qual volta questo ideale americano è stato minacciato, gli uomini e le donne di questo Paese – studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermieri e bidelli – hanno trovato il coraggio di difenderlo.

Attraversiamo un momento difficile, un momento in cui il Paese è in guerra, l’economia è in crisi e il sogno americano è stato ancora una volta minacciato.
Oggi molti americani sono disoccupati e moltissimi sono costretti a lavorare di più per un salario inferiore. Molti di voi hanno perso la casa. Questi problemi non possono essere tutti imputati al governo. Ma la mancata risposta è il prodotto di una politica fallimentare e delle pessime scelte di George W. Bush. L’America è migliore della nazione che abbiamo visto negli ultimi otto anni. Il nostro Paese è più generoso di quello in cui un uomo in Indiana deve imballare i macchinari con i quali lavora da venti anni e vedere che vengono spediti in Cina e poi con le lacrime agli occhi deve tornare a casa e spiegare alla famiglia cosa è successo. Abbiamo più cuore di un governo che abbandona i reduci per le strade, condanna le famiglie alla povertà e assiste inerme alla devastazione di una grande città americana a causa di un nubifragio. Stasera agli americani, ai democratici, ai repubblicani, agli indipendenti di ogni parte del Paese dico una cosa sola: basta!

Abbiamo l’occasione di rilanciare nel ventunesimo secolo il sogno americano. Siamo qui stasera perchè amiamo il nostro Paese e non vogliamo che i prossimi quattro anni siano come gli otto che abbiamo alle spalle.

Ma non voglio essere frainteso.
Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato la divisa delle forze armate degli Stati Uniti con coraggio e onore e per questo gli dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma i precedenti sono chiari: John McCain ha votato per George Bush il 90% delle volte.
Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma di quale giudizio parla visto che ha ritenuto che George Bush avesse ragione più del 90% delle volte? Non so come la pensate, ma a me il 10% non basta per cambiare le cose.

La verità è che su tutta una serie di questioni che avrebbero potuto cambiare la vostra vita – dall’assistenza sanitaria all’istruzione e all’economia – il senatore McCain non è stato per nulla autonomo.
Ha detto che l’economia ha fatto «grandi progressi» sotto la presidenza Bush.
Ha detto che i fondamentali dell’economia sono a posto. Ha detto che soffrivamo unicamente di una «recessione mentale» e che siamo diventati una «nazioni di piagnucoloni». Una nazione di piagnucoloni. Andatelo a dire ai metalmeccanici del Michigan che hanno volontariamente deciso di lavorare di più per scongiurare la chiusura della fabbrica automobilistica.

Ditelo alle famiglie dei militari che portano il loro peso in silenzio. Questi sono gli americani che conosco.
McCain sarà in buona fede ma non sa come stanno le cose. Altrimenti come avrebbe potuto dire che appartengono al ceto medio tutti quelli che guadagnano meno di 5 milioni di dollari l’anno?
Come avrebbe potuto proporre centinaia di miliardi di sgravi fiscali per le grandi aziende e per le compagnie petrolifere e nemmeno un centesimo per oltre cento milioni di americani?

Da oltre due decenni McCain è fedele alla vecchia e screditata filosofia repubblicana secondo cui bisogna continuare a far arricchire quelli che sono già ricchi nella speranza che qualche briciola di prosperità cada dal tavolo e finisca agli altri.

Perdi il lavoro? Pura sfortuna. Non hai assistenza sanitaria? Ci penserà il mercato. Sei nato in una famiglia povera? Datti da fare. È ora di cambiare l’America. Noi democratici abbiamo del progresso una idea completamente diversa.
Per noi progresso vuol dire trovare un lavoro che ti consenta di pagare il mutuo; vuol dire poter mettere qualcosa da parte per mandare i figli all’università. Per noi progresso sono i 23 milioni di nuovi posti di lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente.

Noi misuriamo la forza dell’economia non in base al numero dei miliardari, ma in base alla possibilità di un cittadino che ha una buona idea di rischiare e avviare una nuova impresa. Vogliamo una economia rispettosa della dignità del lavoro.
I criteri con cui valutiamo lo stato di salute dell’economia sono quelli che hanno reso grande questo Paese e che mi consentono di essere qui stasera. Perchè nei volti dei giovani reduci dell’Iraq e dell’Afghanistan vedo mio nonno che andò volontario a Pearl Harbour, combattè con il generale Patton e fu ricompensato da una nazione capace di gratitudine con la possibilità di andare all’università.

Nel volto del giovane studente che dorme appena tre ore per fare il turno di notte vedo mia madre che ha allevato da sola mia sorella e me e contemporaneamente ha finito gli studi. Quando parlo con gli operai che hanno perso il lavoro penso agli uomini e alle donne del South Side di Chicago che venti anni fa si batterono con coraggio dopo la chiusura dell’acciaieria.
Ignoro che idea abbia McCain della vita che conducono le celebrità, ma questa è stata la mia vita. Questi sono i miei eroi. Queste sono le vicende che mi hanno formato. Intendo vincere queste elezioni per rilanciare le speranze dell’America.

Ma quali sono queste speranze? Che ciascuno possa essere l’artefice della propria esistenza trattando gli altri con dignità e rispetto. Che il mercato premi il talento e l’innovazione e generi crescita, ma che le imprese si assumano le loro responsabilità e creino posti di lavoro.
Che il governo, pur non potendo risolvere tutti i problemi, faccia quello che non possiamo fare da soli: proteggerci e garantire una istruzione a tutti i bambini; preoccuparsi dell’ambiente e investire in scuole, strade, scienza e tecnologia.

Il governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve garantire le opportunità non solo ai più ricchi e influenti, ma a tutti gli americani che hanno voglia di lavorare. Sono queste le promesse che dobbiamo mantenere. È questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. E sul tipo di cambiamento che auspico quando sarò presidente voglio essere molto chiaro.

Cambiamento vuol dire un sistema fiscale che non premi i lobbisti che hanno contribuito a farlo approvare, ma i lavoratori americani e le piccole imprese. Il mio programma prevede tagli fiscali del 95% a beneficio delle famiglie dei lavoratori. In questa situazione economica l’ultima cosa da fare è aumentare le tasse che colpiscono il ceto medio.

E per l’economia, per la sicurezza e per il futuro del pianeta prendo un impegno preciso: entro dieci anni sarà finita la nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Da presidente sfrutterò le nostre riserve di gas naturale, investirò nel carbone pulito e nel nucleare sicuro. Inoltre investirò 150 miliardi di dollari in dieci anni sulle fonti energetiche rinnovabili: energia eolica, energia solare, biocombustibili.

L’America deve pensare in grande. È giunto il momento di tenere fede all’obbligo morale di garantire una istruzione adeguata a tutti i bambini. Assumerò un esercito di nuovi insegnanti pagandoli meglio e appoggiandoli nel loro lavoro.
È giunto il momento di garantire l’assistenza sanitaria a tutti gli americani. È giunto il momento di garantire ai lavoratori il congedo per malattia retribuito perché in America nessuno dovrebbe scegliere tra mantenere il lavoro o prendersi cura di un figlio o di un genitore ammalato. È giunto il momento di realizzare la parità salariale tra uomini e donne perché voglio che le mie figlie abbiano esattamente lo stesso trattamento dei vostri figli.

Molti di questi programmi richiederanno grossi investimenti ma ho previsto la copertura finanziaria per ogni progetto di riforma. Ma realizzare le speranze americane comporta qualcosa di più del denaro. Comporta senso di responsabilità e la riscoperta di quella che John F. Kennedy definì «la forza morale e intellettuale». Ma il governo non può fare tutto. Nessuno può sostituire i genitori. Il governo non può spegnere il televisore nelle vostre case per far fare i compiti ai figli e non è compito del governo allevare i figli con amore.

Responsabilità personale e collettiva: è questo il senso delle speranze americane. Ma i valori dell’America vanno realizzati non solo in patria, ma anche all’estero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l’11 settembre mi sono opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire Bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare nemmeno nella grotta in cui vive.

L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera in 80 Paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele e non si dissuade l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i nostri alleati storici.
Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il cambiamento che serve agli americani. Siamo il partito di Roosevelt. Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo non esiterò mai a difendere questa nazione.

Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattie. E ripristinerò la nostra reputazione morale perchè l’America torni ad essere per tutti il faro della speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore.

È questo il mio programma. Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo alta perchè si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain. Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera.

Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti di lavoro o potere d’acquisto; abbiamo perso il senso dell’unità di intenti. Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate.

Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali, ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.

So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di Washington. Ma stasera sono qui perchè in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda me. Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e sperare che il risultato sia diverso.

Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare. Il cambiamento lo chiedono gli americani. Ma sono convinto che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio di disoccupazione.
L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbisti e quando abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso di questa campagna elettorale.

L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo quando c’è un uragano o una inondazione. Il nostro è il Paese più ricco della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che gente di ogni parte del mondo viene in America.

È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a conquistare il diritto di voto.

È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore della Georgia. Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo, capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni. «Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore. «E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a non tornare indietro».
America, non possiamo tornare indietro. C’è molto da fare. Ci sono molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere nuovamente l’impegno di guardare al futuro.

Manteniamo quella promessa – la promessa americana. Grazie. Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.