Wednesday, February 18, 2009

Gli ex compagni di scuola sono il vero ostacolo alla nascita di una sinistra normale e obamiana

C’era scritto tutto nel libro di Andrea Romano, “Compagni di scuola”. La classe dirigente ex comunista, ex pidiessina, ex diessina del Partito democratico è antropologicamente inadeguata a guidare una sinistra moderna, liberale e credibile. No, they can’t, non possono farcela, non sono capaci. Se non si accetta questo dato di fatto ormai incontestabile, se non si tolgono una volta per tutte poltrone e distintivi agli ex ragazzi quarantenni di Berlinguer, se non si stacca definitivamente la spina ai compagni della chiesa che ha fallito, continueremo ad accanirci terapeuticamente su un corpo politico tenuto artificialmente in vita da quella gran suora misericordina di Silvio Berlusconi.

Walter Veltroni in realtà ci ha provato a far nascere un grande partito, è stato anche coraggioso all’inizio e ha fatto anche più di quanto ciascuno di noi avesse sperato e immaginato, liberandosi con una scrollata di spalle delle improponibili scorie neo, ex, post comuniste. L’aver cancellato i comunisti e i verdi dal Parlamento è uno dei grandi meriti storici di Veltroni, e per questo, fosse anche solo per questo, ha diritto di entrare nel Pantheon dei padri della patria, proprio lui che in passato ha provato a farci credere di non essere mai stato comunista. Non è andato fino in fondo, non è riuscito a sganciarsi dal dalemismo revanscista, una delle dottrine politiche meno coerenti e più inconcludenti della nostra recente storia politica.

Veltroni ha perso l’occasione della sua vita, malgrado fosse legittimato democraticamente dalle (finte) primarie popolari. Si è alleato, per affinità sviluppate nelle precedenti stagioni politiche, con quelli che l’Italia è una Repubblica fondata sulle manette, ridicolizzando fin dall’inizio l’idea di voler creare un nuovo partito moderno, liberale e di sinistra. E, non contento delle pedate che ha continuato a prendere da Antonio Di Pietro e dalla sua banda di volenterosi ammanettatori, si è impegnato nella più insensata delle battaglie politiche di tutti i tempi, peraltro perdendola, quella per eleggere alla commissione di Vigilanza sulla Rai nientedimeno che il padre di tutti i fondamentalismi giustizialisti degli ultimi vent’anni, Leoluca Orlando.

Ma la fine della segreteria Veltroni non è cominciata con la sconfitta con Berlusconi, ma il giorno dopo le elezioni. In natura, tranne Eugenio Scalfari, nessuno era davvero convinto che Veltroni potesse farcela contro il Cav. Era evidente che il Pd avrebbe perso e che il suo leader avrebbe dovuto cominciare una lunga traversata nel deserto per completare il processo di riforma della sinistra e della società italiana. Veltroni invece s’è fatto imbrigliare dalle grandi strategie elaborate da quella mente lucidissima di Massimo D’Alema, roba forte del tipo riallearsi con i comunisti o, perdinci, con Pier Ferdinando Casini, se non addirittura con l’ex costola della sinistra, cioè con la Lega, sulla base di una piattaforma programmatica che, parole di Marco Follini, avrebbe posto il Pd con i socialisti in Europa, con la Cgil in Italia e con Hamas in medioriente.

Veltroni s’è rifugiato nell’antiberlusconismo da cui lodevolmente si era liberato in campagna elettorale e in altre battaglie improbabili volte a parare i colpi di Di Pietro e D’Alema. La sconfitta del modello neoprodiano di Renato Soru è soltanto l’ultimo ed eclatante episodio del disastro, ma probabilmente è la vittoria di Matteo Renzi alle primarie di Firenze, contro i candidati espressi delle cariatidi di partito, a segnalare plasticamente la crisi del Pd. Una delle cose che si dice, ed è vera, è che il Partito democratico non sia riuscito a creare una sintesi politica dall’incontro tra l’anima socialdemocratica e quella cattolico-progressista delle sue componenti principali. Ma il caos di questi giorni non è stato creato dalla frattura tra ex comunisti ed ex democristiani, piuttosto da quella che il brillante blogger di sinistra Francesco Costa definisce “la guerra civile degli ex Ds”, quegli ex compagni di scuola berlingueriana che costituiscono il principale ostacolo alla nascita di una sinistra normale e obamiana.

di Christian Rocca su Il Foglio, 18 Febbraio 2009

di Christian Rocca

Monday, January 12, 2009

NIMPA: “not in my pensionable age”


La sentenza della Corte di Giustizia Europea sull’equiparazione dell’età di pensionamento per uomini e donne è stata accompagnata da commenti, spesso contrastanti, anche all’interno della stessa maggioranza.


Ha avuto un gran risalto mediatico, anche grazie alle dichiarazioni compiacenti del Ministro Brunetta, la sentenza della Corte di Giustizia Europea (C-46/07) che stabilisce l’equiparazione dell’età di pensionamento di vecchiaia per uomini e donne. La Corte ha cioè messo in mora l’Italia per la differenza per genere all’interno della gestione pensionistica INPDAP, ovvero riguardante solo i lavoratori del settore pubblico. Ma come è stato sottolineato da più parti, se la Corte fosse chiamata anche per valutare il regime nella gestione INPS (ovvero dei lavoratori nel settore privato), le argomentazioni della sentenza sarebbero tout court estendibili a tutto il regime pensionistico oggi vigente.

Il Ministro Brunetta, come detto, si è fatto subito promotore nel perseguimento dell’equiparazione dell’età pensionabile tra maschi e femmine: “l'invecchiamento attivo è un bene pubblico e come tale occorre farne rilevare la convenienza e sostenerlo con gli opportuni incentivi, anche fiscali, e disincentivare le uscite precoci dal lavoro”, ha detto il Ministro. ''Brunetto-scherzetto! Prendiamo come una battuta quella detta sulle pensioni dal ministro Brunetta su un argomento di questa importanza, che avrebbe dovuto essere oggetto di un’approfondita discussione politica all'interno della maggioranza; discussione approfondita che vi è già stata proprio in occasione dell'ultima riforma previdenziale'' ha subito controbattuto il Ministro Roberto Calderoli. Il Ministro leghista infatti difende la Contro-Riforma del suo collega di partito Maroni, che nel 2004, quando presiedeva il Ministero del Lavoro ha reintrodotto (Legge n. 243, 23 agosto 2004 art. 1, comma 6, lettera b) un’età di pensionamento di vecchiaia diversa per donne (60 anni) e uomini (65), rinnegando i principi di flessibilità e uguaglianza stabiliti dalla riforma Dini (Legge n. 335 dell’8 agosto 1995) che introduceva, assieme al metodo di calcolo contributivo, un’età di pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni uguale per uomini e donne.


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Monday, January 5, 2009

Era un annetto fa


Fini attacca Berlusconi: "E' alle comiche finali"



«Spero che sia per tutti chiaro che, almeno per me, non esiste alcuna possibilità che Alleanza nazionale si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi, del quale non si capiscono valori, programmi, classe dirigente. Non ci interessa la prospettiva di entrare in un indistinto partito delle libertà». Gianfranco Fini sottolinea di avere usato «parole volutamente chiare» per chiudere la porta in faccia a Berlusconi, che lo invita ad entrare nella sua nuova creatura politica. «Non per ammutinamento, non per lesa maestà lo avevo invitato sul Corriere e su Repubblica a dialogare sulla legge elettorale a riconoscere gli errori di noi tutti, e fare un salto in avanti e non cambierei un solo aggettivo, una sola parola di quelle interviste che non erano sbagliate, ma soltanto da fare prima». «Lui che adesso accetta di discutere sulla legge elettorale, ci ha risposto senza rispetto - va avanti Fini - e quasi sfidando il ridicolo ci ha detto 'ho fondato il Pdl, scioglietevi, bussate, venite e vi sarà aperto...' comportarsi in questo modo non ha a che fare con il teatrino della politica, significa essere alle comiche finale». Ai problemi che Alleanza nazionale poneva, per Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi ha risposto «senza rispetto». «È stato solo capace di dire 'Ma dove vanno senza di me, loro hanno il progetto io ho i voti, la Cdl era un ectoplasma, per gli egoismi degli alleati stare a palazzo Chigi per me è stato un calvariò. Beh, non ho mai visto tanta gioia nel portare la croce...». Alleanza nazionale non accetta di apparire come «il partito che ha archiviato la stagione dell'unità». «Noi aspettiamo da Berlusconi risposte - afferma ancora oggi Fini - e speriamo davvero che risponda invece che lanciare anatemi o peggio intimidire gli alleati. Ma deve essergli chiaro che l'unità nel centrodestra deve necessariamente comportare la difesa del bipolarismo, altrimenti non si archivia solo il centrodestra ma anche quel valore dell'unità che si dice di voler difendere». È Berlusconi, continua Fini, che «si assume la responsabilità di mandare a pezzi la Cdl e soprattutto di dividere il popolo di centrodestra a cui noi continuiamo a credere oggi. Perché io condivido quando lui dice che dobbiamo restare uniti, ma come intende garantirla questa unità? Come si fa ad essere uniti quando si propone un'annessione al Pdl, quando si dice di considerare chiusa la stagione del bipolarismo, quando si annunciano mani libere e assenza di vincoli di coalizione, di programmi comuni, di indicazione del premier». «A Berlusconi - conclude Fini - ricordo il tempo in cui diceva che il maggioritario è una religione laica. A lui ricordo che l'unità si fonda su valori, programmi, strategie e che la legge elettorale è un argomento privilegiato di confronto e lui, se penso all'unità del centrodestra non può prospettare una legge che porta ad un sistema bipartitico».